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Supplemento al Roccafortese
Anno 1 numero 2
‘nvern (quasi d’řa Přima 2008)
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Il primo numero del nostro “giornale” è
andato a ruba……. E allora…..
RI-ECCOCI QUI! |
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Il
kyè
Il
dialetto occitano o provenzale-alpino parlato nell’Alta
Valle Ellero |
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La denominazione
Gli abitanti di Prea hanno sempre
avuto la consapevolezza che il loro dialetto era molto diverso dal
piemontese che si parlava a Roccaforte o nella ancor più prestigiosa
Mondovì, pertanto hanno sempre definito la loro parlata “del quiè”,
dove quiè è il pronome personale singolare di prima persona
usato dai parlanti di Prea, molto diverso dal pronome “mi” del
piemontese. Sull’origine della parola quiè ha provato a
tracciare qualche considerazione il prof.Grassi sostenendo che
dovrebbe derivare dal rafforzamento del pronome personale E(GO) + ki
(da ECCUM HIC) da cui “kje”.Definire la propria parlata usando il
pronome personale di prima persona non è del tutto una novità,
infatti, secondo il prof.Grassi è tipico delle parlate alto-italiane.
Nella storia della letteratura la grande
distinzione fra le lingue avviene ad opera di Dante, che distingue la
lingua del sì, cioè quella italiana, da quella d’oc
provenzale e d’oil francese, ponendo come termine di confronto
la particella affermativa sì (oc< HOC EST “questo è” , oil< ILLUD
EST “quello è”).
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Trascrizione del dialetto del “ kje”
I dialetti sono da sempre lingue
parlate e non scritte, pertanto ci si trova sempre in difficoltà nel
trasporli su carta. Vi sono diversi sistemi di trascrizione sia per il
piemontese che per un dialetto occitano quale il “quiè”; io ho
utilizzato il sistema IPA(Alfabeto Fonetico Internazionale) per la mia
tesi, ma nella scrittura quotidiana è più agevole usare il sistema
dell’Escola dou Po, che è infatti il metodo usato nelle vallate
occitane italiane. Pertanto troverete la parola “kje” (IPA) scritta
“Quiè” (Escolo dou Po), senza nulla togliere alla traduzione “kyè”
usata già dal Dott.Basso.
“Atto di nascita” del quiè
L’abilitazione del quiè a dialetto
provenzale avviene nel 1969 ad opera del Prof.Corrado Grassi con
l’articolo “Parlà du kyè un’isola linguistica provenzale”, il quale
solo dieci anni prima, durante i suoi studi sulle parlate
provenzaleggianti del cuneese, aveva posto il limite di tali parlate
nella Val Vermenagna. Dopo le interviste effettuate Grassi trasse le
seguenti conclusioni: “ il parlà du kje è effettivamente provenzale,
con tratti arcaici che affiorano abbastanza chiaramente da uno strato
fortemente influenzato dal gallo-italico”. |
Da allora il quiè è entrato a far
partedelle valli provenzali del Piemonte occidentale a pieno titolo,
supportato poi dalle tesi di laurea che si sono succedute negli anni
appena successivi, quali ad esempio quella di Priale “Il parlare del
“kie” nell’Alta Valle dell’Ellero (Torino 1973), la tesi di laurea
di Marenco L. intitolata “Descrizione delle parlate provenzaleggianti
delle valli monregalesi” (Torino 1971), ed infine la mia “Il kje di
Prea:aspetti fonetici e morfologici edi un dialetto provenzale alpino
con forti influenze liguri e piemontesi”(Torino. 2005)
dalla tesi di laurea in Lettere Moderne
di Chiara Galleano
Estensione geografica
Il quiè appartiene al ceppo dell’antica
lingua d’oc che si estende dalla Val d’Aran (Spagna) attraverso il
sud della Francia, fino alle vallate del sud del Piemonte dalla Val di
Susa alla Val Corsaglia. E’ stato riconosciuto minoranza linguistica
in base alla legge 482/99 “Norme in materia di tutela delle minoranze
linguistica storica”.
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Quié quintu ‘na
stořia veřa |
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Il
metodo di scrittura utilizzato per i vocaboli in Quié adotta le
seguenti regole di scrittura:
è = e
chiusa come in francese/été/ e come in cué, liamé
è = e
aperta come in francese/lièvre/e come in rèmbu
ë =
e indistinta come in bënna
ō =
come/ eu/francese rōzia
ü = u
come/ u / francese mügia
ř =
suono particola edel quié come tiřant
s =
aspra come in italiano /sasso e come in sagna, cusa
z =
quasi/ ј / francese come in fràiz, zburn
ž = s
dolce come in italiano/ rosa/ e come in ružo
s-ci =
il tratto indica una pronuncia autonoma di s e ci come il lës-cia
iy =
come il suono di /il/ mouillé francese talyét
ŝ =
quasi x italiano di / sciare/ come in fraŝu.
Estratto
dalla Mostra fotografica “Quié quintu ‘na stořia veřa” curata
dall’Associazione Culturale Artusin in collaborazione con “Gli amici
di Prea”. |
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PICCOLE E………
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Dalle ricerche
di Nelida Botto
Una decisione difficile
Correva l’anno 1846 e la
Cappella di San Luca a Lurisia diventò Parrocchia per volere del
Vescovo di Mondovì; ora era importante segnare i confini di divisione
dalla Parrocchia del capoluogo (Roccaforte). Venne deciso che facevano
parte della nuova Parrocchia anche le borgate dei Botti e dei Magnaldi,
ma commisero l’errore di non chiedere il parere alle famiglie
interessate.
“Così non va” dissero in
coro i Magnaldi e i Botto “noi vogliamo restare alla vecchia
Parrocchia, scriveremo al Vescovo”.
Intanto gli anziani
pensavano a come trovare a modo loro una soluzione.
Una domenica dopo Messa si
radunarono tutti nel cortile dei Magnaldi e ognuno disse la sua. Ne
dissero tante, il gruppo degli uomini in prima fila, attorniato dai
bambini e dalle donne che si tenevano in disparte, ma che
partecipavano tutte, perché la scelta della chiesa era della massima
importanza. L’ultima parola spettava ai decani, Magnaldi Maurizio e
Botto Pietro. Nel silenzio di tutti essi stabilirono che si sarebbe
lasciato la decisione al caso. Si mise il giogo a due mucche, una dei
Botti e l’altra dei Magnaldi, si spinsero sulla stradina dalle borgate
alla provinciale che collega Roccaforte a Lurisia, e si aspetto la
decisione delle mucche per vedere da che parte si giravano, in su o in
giu. Al seguito delle mucche c’erano tutti i componenti delle due
borgate, prima gli uomini, poi i bambini e le donne. Giunti sulla
provinciale le due mucche si fermarono un momento quasi a
confrontarsi, poi si girarono per proseguire verso Roccaforte. La
decisione era presa e tutti erano soddisfatti.
Questa è la lettera mandata dai Parrocchiani al loro Vescovo:
“Ill. mo Reverendissimo
Monsignore
Li sottoscritti abitanti dei
quartieri Magnaldi e Botti, parrocchiani della chiesa di Roccaforte,
fanno presente alla veramente paterna determinazione in cui è venuta
V. S. I.ma Reverendissima di ascoltare finalmente i giusti loro
voleri, onde non essere distolti dall’antica loro Parrocchia ed
aggregati a quella moderna detta di Lurisia.
Se la V. S. I.mo …………..le
determinazioni, ne avrà lode universale ed eterna riconoscenza da
tutta la popolazione di detti quartieri dei Magnaldi e Botti, la quale
giustamente finora richiamò, onde non essere distolta dalla loro
antica chiesa.
Li motivi che indussero queste
popolazioni a non aderire di essere aggregati alla novella Parrocchia,
sono gravi universalmente sentiti ed appoggiati a protestare con ogni
maniera contro la loro aggregazione alla moderna Parrocchia di
Lurisia, aggregazione fatta essi contraddicenti e unicamente per
aderire all’interesse estraneo al loro.
Intenti essi a far valere ogni loro
diritto presso le autorità competenti protettrici del buon diritto e
della giustizia, ricorrono di nuovo alla V. S. I. mo Reverendissimo.
A umilmente supplicando acciò siano
presi in considerazione le loro ragioni e non vengano distolti dalla
antica loro Parrocchia, cui loro sono legati da vincoli di interesse e
di religione.
(seguono le firme)
segno di+ Carlo Botto fu Andrea
segno di + Maurizio Magnaldi figlio
segno di + Andrea Magnaldi fu
Lorenzo
firme personali di:
Dho Domenico di Stefano
Dho Giovanni Battista di Maurizio
Botto Pietro fu Andrea
Botto Sebastiano fu Agostino”. |
Lengue longhe
Tratto da una ricerca del Prof.
Nicola Duberti
Ricomincia da Roracco
Devo alla cortesia di un ragazzo
dodicenne, D., alcune informazioni sul dialetto di Roracco. In questa
frazione di Villanova Mondovì si conservano alcune caratteristiche
lessicali del dialetto monregalese del Settecento, studiato alcuni
anni fa dal prof. Gasca Queirazza dell’Università di Torino. Come
aveva sottolineato il Guasca, il dialetto monregalese dei secoli
passati aveva diversi punti in contatto con l’attuale dialetto del kyé.
In pratica, non c’era un vero e proprio “confine” linguistico fra il
piemontese e il kyé. Inoltre, il dialetto di Mondovì aveva alcune
particolarità che lo distinguevano dal resto dell’area subalpina: ad
esempio, la terminazione della prima persona plurale in (-ma)
anziché in (-oma), letto (-uma).
Tutte queste caratteristiche si
riscontrano anche nel roracchese. La parola che indica la donna per
esempio è (froma), che naturalmente si legge (fruma),
proprio come nel kyé di Fontane; le dita possono essere (ij dè)
come in kyé; la cenere è (sné) come in kyé. Anche la riduzione
di (r) a (i) dopo una vocale ricorda il kyé di Fontane:
(caibon) significa carbone. Il dittongo (ei) del
piemontese di Mondovì è sempre (ai) come nel monregalese
settecentesco e come in altri dialetti della montagna e delle campagne
(un sacco pesante è un sach pàis)). La terminazione (ma) della
prima persona compare nella frase (cheusma ‘j breu ‘d galina).
Le velari latine però non si trasformano in palatali come nel kyé: si
trova (galina) e non (gialina), e non (ciaibon).
In questo il roracchese non ha nulla del provenzale alpino.
E’ comunque una bella testimonianza del
tradizionale dialetto del contado monregalese, forse una delle ultime
ben conservate (chilà per chila non mi risulta
sopravvissuto da nessun’altra parte). E’ consolante, poi, che un
ragazzino di dodici anni si renda ancora conto di queste particolarità
linguistiche e continui ad utilizzarle nella conversazione quotidiana
in famiglia e forse anche con alcuni coetanei.
Forsa, D., sta nen cito! |
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……………………GRANDI STORIE
LE DIMINUZIONI ARALDICHE
Di Giorgio Garelli
Gli studiosi di araldica da tempo hanno
rilevato che certi inserti o figure aggiunte sulla superficie degli
stemmi araldici erano state collocate sull’immagine o a fianco della
medesima al fine di punire il nobile che si era macchiato di infamia,
per codardia, fornicazione, adulterio, tradimento o assassinio. A
queste figure araldiche si da ancora oggi il nome di “riduzione di
onore”, ma nel tempo questo fenomeno ha prodotto solo casi di armi
araldiche stravaganti o inconsuete dal punto di vista sfragistico e
araldico. Le armi araldiche infatti essendo “segni araldici di
onore”, non potevano ammettere alcun marchio di infamia.
Joahn Craig nel suo
dizionario etimologico definisce la riduzione araldica o “abatement
araldico” nel seguente modo: “In Heraldry, a mark of dishonour in a
coat of arms, by which its dignity is debased for some stain on the
character of the wearer.”
La riduzione di onore era chiamata in
latino “Diminutiones vel discernula armorum”, a questo proposito lo
studioso di araldica medievale Guillim ne cita otto tipologie.
·
Il delfo o figura
quadrata nella parte centrale dello stemma (nello scudo della famiglia
monregalese Faussone, costituito da uno stemma ovoidale si rileva una
figura quadrangolare – delfo – rivoltata con il lato più largo verso
l’alto ed una banda trasversale dorata che ripartisce in due parti il
quadrangolo;
·
Uno scudo rivoltato nel
centro dello stemma;
·
Un punto separato sulla
destra dello scudo o stemma;
·
Due punti uniti da una
linea ad arco nella parte mediana dello scudo;
·
Una linea diritta
suddividente la base dello scudo (nello stemma della famiglia Grassis
una fascia diritta dorata suddivide la base dello scudo in due aree
scure mentre la parte superiore destra risulta costituita da un
quadrato color oro)
·
Uno spicchio o due linee
incavate e incrociate semicircolari iscritte nella fascia mediana
sinistra dello scudo araldico; (un primo esempio si può riscontrare
nello stemma della famiglia Giana che risulta suddiviso in tre
sezioni. Quella inferiore presenta una sezione gialla con due rami con
due spicchi incrociati. La parte inferiore bianca, in quest’ultima
sezione risultano presenti due linee incrociate semicircolari a ramo
verde);
·
L’ottava diminuzione
araldica riguardava gli atti di tradimento, in questo caso l’intero
stemma era rivoltato, ma nella storia araldica questa riduzione non fu
mai applicata concretamente salvo nel caso del conte Andrew De Harcla
principe scozzese che nel 1232 fu accusato di slealtà verso il re
Edoardo II a favore dei ribelli scozzesi. La croce rossa presente nel
suo stemma nobiliare fu trasformata in croce bianca, lo stemma fu
rappresentato da allora rovesciato; nel primo quarto sinistro dello
stemma e nella parte inferiore centrale dello stesso furono
rappresentati da allora due martelli neri incrociati simboleggianti il
tradimento. (Nello stemma araldico rosso dei Magliano prevale la
presenza di un martello nero centrale rispetto alla figura).
A parte
il colore nero le simbologie collegate alle diminuzioni araldiche
dovevano avere tonalità di colore opacizzate, un colore molto usato
era ad esempio quello della sanguigna. |
da martedì
4 marzo 2008
Corso di
BALLI OCCITANI - approfondimento -
10
lezioni, costo 60 euro
Oratorio
della Parrocchia del S.Cuore di Gesù
Mondovì
Altipiano
dalle
21:00 alle 23:00
Info
3332103516 3357875023
*** ** *
** ***
Serate
danzanti
Presso il
salone Polivalente a Lurisia Terme
Ingresso 6
euro
***
Sabato
8 marzo 2008
Serata
danzante con
LA
CHARDUSO
***
Sabato
12 aprile 2008
Serata
danzante con
S.PERON
& FERRERO
Stage
pomeridiano
dalle ore
15 alle 19
di Marisa
e Silvio Peron su Courenta e Balet Val Vermenagna,
costo 20
euro (compreso ingresso serata), prenotazioni entro il 05/04/07;
solo
serata 6 euro
Info:339
4101970-333 2103516.
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Supplemento al Roccafortese
Anno 1 numero 1
Autun 2007
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ECCOCI QUI!
L’idea di realizzare questo foglio è di far conoscere ad un
numero sempre maggiore di persone la realtà del nostro
gruppo.
Molte volte ci siamo trovati in difficoltà nel comunicare
ciò che avevamo intenzione di realizzare; spesso abbiamo
incontrato persone che ci hanno detto “L’avessimo
saputo!...”
Per questo abbiamo deciso di informare direttamente su ciò
che abbiamo fatto, su ciò che stiamo realizzando, su ciò che
stiamo programmando, in modo che, attraverso la stampa o i
canali Internet, le informazioni possano giungere
tempestivamente a coloro che sono interessati alle nostre
attività. Daremo inoltre spazio anche alle notizie relative
alle nostre ricerche sul territorio, alle storie ed alle
tradizioni che di volta in volta si potranno recuperare, e a
ricette tipiche, oggetto dei nostri corsi di cucina. Sarà un
quadro globale dell’attività dell’Associazione quello che
cercheremo di fornire attraverso il nostro “giornalino” in
modo da essere sempre più vicini ai tantissimi amici che in
questi anni ci hanno gratificato ed incoraggiato con la loro
partecipazione. |
LA NOSTRA ESTATE
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Come ogni anno,
anche in questo 2007, gli Artusin hanno organizzato numerose
manifestazioni. In primavera si sono tenute “LA FESTA DELLA
FIORITURA” alla Baita Elica al monte Pigna e LA FESTA DEI
FORNI, per riscoprire i forni comunitari e gustare tutti
insieme il pane appena sfornato, ospiti del forno di S.Grato
di Villanova.
A giugno, la 1a
edizione del festival internazionale “TUTTI IN FOLK” e nella
Crusà la presentazione del saggio di fine corso di strumenti
tradizionali; la serata proponeva un programma di brani
eseguiti da tutti gli allievi dei vari corsi svolti nelle
vallate Occitane compresa la nostra, con gli insegnanti
Simonetta Baudino e Simone Lombardo diretti da Sergio
Berardo.
Nel mese di luglio
la nostra mostra dello scorso anno: “ARTE SACRA IN VAL
ELLERO” è stata esposta nel castello di Rocca de Baldi.
“CINEMA DI MONTAGNA”
appuntamenti con i film di Sandro Gastinelli sulle piazze di
Roccaforte e Villanova.
Nel mese di agosto
nella Crusà è stata esposta la mostra della Chambra d’Oc, su
18 ricette dedicate ad altrettante donne d’Occitania.
Vorremmo infine
ricordare a tutti gli amanti dei nostri balli, le serate
invernali nel Salone Polivalente Lurisia.
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Riprenderemo a
ottobre i corsi di semitun e fiati nella sede degli Artusin,
il corso di ballo a Mondovì Ferrone da martedì 24 settembre
con l’insegnante Rosalba e se volete venire a ballare con
noi, saremo a: Norea il 21 ottobre al pomeriggio per la
castagnata, suonerà Simonetta Baudino.
Mondovì il 26 ottobre alla sera per la manifestazione “MontainFest”,
suonerà Francesco Giusta.
A Roccaforte sulla
piazza della Chiesa, si è svolta una serata dedicata ai
bambini di Cernobyl, con musica e balli occitani, lotteria e
degustazione di torte. Il ricavato è stato donato
all’Associazione Smile che ospita ogni anno bimbi Bielorussi.
Settembre: quest’anno
la FESTA DEGLI ARTUSIN si è svolta al Rifugio Melezè con la
partecipazione di molte persone che hanno potuto gustare una
buona polenta, sfidarsi a petanque e ballare godendosi un
meraviglioso panorama sotto un bel cielo blu.
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PICCOLE E GRANDI STORIE
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Dalle
ricerche di Nelida Botto
Curiosità da un testamento dei primi anni 1800
“….Personalmente (nome e
indirizzo) il quale al prudente riflesso all’incertezza
dell’ora della sua morte, e mentre per la Dio Grazia trovasi
ancora in buon stato di salute, accompagnato dalla piena
reggenza delle facoltà sentimentali, desiderando di disporre
dei suoi beni, ha per il presente suo pubblico testamento
disposto, e dispone come segue.
In prima, a sollievo della
di lui anima, quanto di quella della di lui moglie, vuole
siano fatte celebrare messe in ragione di lire cento per
caduna anima, nell’anno successivo al decesso di ciascuno,
oltre una messa cantata presente cadavere, e fattesi l’uno,
e l’altro dessi Giugali estinto sia la loro sepoltura
eseguita cogli onori propri del loro stato”. Segue l’elenco
della divisione dei suoi beni precisando che alle quattro
figlie, già sposate, non spetta più nulla dalla divisione,
perché: “Istituisce quindi in sue eredi particolari le di
lui figlie nella somma stata a caduna costituita e pagata in
titoli di dote in dipendenza del di lei matrimonio, e così
una tal dote stante vuole esse sue figlie tacitate di ogni
altra loro ragione, e pretesa sovra la di lui eredità”.
Dopo aver stabilito la
divisione dei suoi terreni e pezzi di casa, tra i suoi sei
figli, in parti perfettamente uguali, elenca undici
raccomandazioni, molto utili, ad esempio per chi ha avuto
nel suo bosco il seccatoio di castagne, deve aiutare il
fratello a costruirselo, ed altre che non sto a elencare, mi
limito a riportare due punti d’interesse: “Che colui tra
essi di lui suoi figli eredi non si farà dovere di osservare
ed eseguire le sue presenti disposizioni, e darà luogo a
litigi e questioni agli altri suoi figli, per qualsiasi
fatto e causa, senza fondati motivi, s’intenderà decaduto
dalla qualità di erede universale, e resterà con la pura
legittima di ragion dovutagli” “Siccome esso e la nominata
sua moglie convivono già in oggi con il loro figlio
Sacerdote, separatamente dagli altri, dispone che, a
cominciare dal corrente anno esse suoi figli eredi siano
tenuti a provvederlo annualmente di: un sacco di quattro
emine di frumento, due emine di meliga, due emine di
castagne secche, di una brenta e mezza di vino, di due libre
di olio di noce, oltre il bosco si in legna che in fascine
necessario per il suo focolare…”. Alla morte di uno dei due
la richiesta verrà dimezzata per quel che rimane in vita.
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L’INTRODUZIONE DEL CULTO DI NUOVI MARTIRI DEL II E III
SECOLO NELL’AREA CUNEESE E NIZZARDA ALLA VIGILIA DELLA
RIVOLUZIONE FRANCESE.
di Giorgio Garelli
Gli ultimi
decenni del XVIII secolo rappresentarono per il Cuneese ed
il Nizzardo periodi di grande rinnovamento degli ideali
cristiani e di ricerca delle origini cristiane stesse. La
minaccia costituita dall’anticlericalesimo illuminista
andava a scardinare le basi storiche dei culti locali e la
stessa agiografia veniva posta in discussione dagli storici
di stampo illuminista. A questo proposito infatti, più tardi
la furia rivoluzionaria si sarebbe accanita sulle reliquie
dei santi locali, sul loro culto e soprattutto, sulle
raccolte di testi agiografici conservati nelle principali
abbazie alpine. In questo clima di contrapposizione la
chiesa cuneese e gli intellettuali cattolici opposero nuovi
esempi di culto dei santi portando nelle nostre valli le
reliquie di alcune figure di martiri romani fino ad allora
conservate nelle Catacombe laziali o dell’Italia centrale.
E’ il caso di San Dolcino o San Dolcidio, martire romano dei
primi secoli il cui corpo, rinvenuto nelle catacombe, venne
portato a Caraglio nel 1779 per interessamento dei Conti
Serale di Monale, le reliquie del Santo vennero deposte
nella Confraternita di San Giovanni ed i festeggiamenti
fissati per il 1° settembre. Questo martire di origine
francese cercò di evangelizzare la regione di Angers per poi
morire a Roma sotto l’imperatore Decio. Già nel V secolo
parte delle sue reliquie vennero trasferite a
Vanains-les-Saumur. Nella Chiesa Parrocchiale di Centallo si
conservano le reliquie di San Vittorio o Vittorino. Questo
martire del III secolo sembra fosse di origine nizzarda ed
ufficiale della “Legio” romana presente in Aquitania a
Clermont-Ferrand. Proprio a Clermont-Ferrand si ritiene
abbia subito il martirio nel maggio del 290 D.C. insieme a
San Cassio ad opera di Croco capo degli Alemanni. I suoi
resti furono traslati dai compagni cristiani della legione
romana nelle catacombe di S.Ermete in Roma. Nel 1750 il
corpo di San Vittorio venne tratto ad opera del Cardinal
Guadagni il quale lo affidò alla Casa Savoia nel 1753. Il
principe sabaudo lo consegnò a Centallo nel 1757. Altro caso
è quello di San Eufredo o Ofredo che sarebbe da
identificare, insieme a San Chiaffredo, come martire della
Legone Tebea a Crissolo nel III secolo; secondo altre fonti
agiografiche sarebbe stato martirizzato a Cherasco nel VI
secolo dai barbari. Il nome del santo sarebbe alla base di
molte particelle cognonimiche dell’area cuneese (es.Boffredo,
Odifredi etc.). Il culto venne rilanciato dal vescovo di
Alba a metà del XVIII secolo e le reliquie da allora si
conservano appunto nella città Cuneese. Nel Nizzardo a
partire dal XVIII secolo si diffuse il culto di san Basso,
oggi conpatrono della città. San Basso è venerato come
vescovo di Bitinia ucciso sotto l’imperatore Decio il 5
dicembre dell’anno 251. Le reliquie del santo furono
trasferite verso il 1000 ad Ancona. Cesare Baronio nel 1583
ritenne il Vescovo originario di Nizza e così circa due
secoli dopo il vescovo della città trasferì parte delle
reliquie del Santo da Ancona a Nizza sviluppando e
diffondendo il suo culto soprattutto nell’entroterra
Nizzardo. La venerazione di questi santi ”di importazione”
non sempre riuscì a perdurare nella realtà territoriale dei
vari paesi del Piemonte meridionale rispetto ad esempio ai
grandi santi Tebei introdotti al culto nel periodo
successivo al Concilio di Trento (per es.San Maurizio)
tuttavia costituisce un fenomeno culturale importante che
varrebbe la pena approfondire.
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NÖVE DA LESE |
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i
Giovanni
Battista Rulfi
TITIN
MEDICO DEI POVERI

Un libro che ricorda Giovanni Basso a 30 anni dalla morte.
Trent’anni fa- era il 13 luglio del ‘77- nella sua
abitazione di Villanova si spegneva il dottor Giovanni
Basso: la luminosa figura del medico che aveva dedicato
tutta la sua esistenza alla promozione umana e sociale della
Valle Ellero (….) sarà ricordato durante la presentazione
del libro “Titin, medico dei poveri” che propone alcuni
scritti tratti dal diario personale, preghiere, racconti e
poesie in kyé del dottor Basso, con una serie di
testimonianze fornite da numerose persone che hanno avuto il
privilegio di conoscerlo e di apprezzarne le indiscusse doti
umane e professionali. La pubblicazione curata da Giovanni
Battista Rulfi, è stata realizzata per iniziativa del comune
di Roccaforte, dalle associazioni Amici di Prea e Artusin
con il contributo della Fondazione della Cassa di Risparmio
di Cuneo.
Da
Provincia Granda del 13 luglio 2007
|
di Paolo
Ambrogio e Elena Fenoglio
Venerdì 7
agosto 1744 da San Mauro alla Beata Vergine delle Grazie

Aderisco
volentieri alla richiesta dell’Associazione Artusin, che
ringrazio di cuore anche a nome di Elena, giacché mi
permette di spendere due parole su “Venerdì 7 agosto 1744 da
San Mauro alla Beata Vergine delle Grazie“. Una fetta di
storia all’interno di quella più grande di Villanova,
sebbene la vallata s’inserisca a Cuneo nei territori
comunali limitrofi di Chiusa Pesio, Pianfei e Roccaforte,
con i quali v’erano interessi commerciali importanti. Molti
sono i libri come questo, spesso rimangono nel cassetto,
giacché le spese di stampa sono importanti, mentre nulla si
deve sperare invece per il lavoro di ricerca o di contorno,
per questo ci si deve accontentare della soddisfazione
personale e di sentimenti simili. Tra questi ultimi, per
noi, l’orgoglio di dedicare questo libro ai nostri avi ai
quali dobbiamo la vita, un gesto di amore, l’ho già detto
una volta e senza timore di cadere nel ridicolo ripeto, un
gesto di amore per qualcuno che, certamente, non avrebbe mai
pensato di poter finire in un libro, magari due secoli dopo
la morte. Questo è ciò che mi affascina maggiormente, dare
nuova vita al personaggio semplice, che ha vissuto la
propria esistenza normalmente (forse perché mi angoscia il
senso della morte che cancella tutto di te). Tutto il libro
gira attorno a questo, fin da quel venerdì 7 agosto del 1744
quando a Garavagna si decise la costruzione della chiesa
della Beata Vergine delle Grazie, mentre a Cuneo, a venti
chilometri di distanza, ci si prepara ad un lungo assedio.
La necessità di una cappella, di un cappellano residente,
vicino alla gente quando l’arciprete da Santa Caterina non
può arrivare per via della neve, della pioggia che ha
sconvolto le vie, per i banditi. Chi abitava in quei luoghi
nella seconda metà del Settecento, quanti anni avevano, qual
era il loro nome? Abbiamo dato un’occhiata all’economia
della vallata, di allora e di oggi, confrontando, per quanto
possibile, anche i prezzi di alcune cose semplici come un
capretto od un’emina di castagne, abbiamo cercato di capire
l’origine dei toponimi delle tre frazioni, e raccontato
qualche aneddoto come quello dello struzzo, il “Bistrus”, il
tutto molto condensato in una settantina di pagine. Abbiamo
ricevuto i complimenti da diverse persone e questo ci ripaga
del tempo ad esso dedicato, qualcuno lo ha letto tre volte,
mentre tre settimane dopo la presentazione, qualche parente
non era ancora riuscito a terminarlo (pensa se avessimo
scritto un’enciclopedia!), ma poi è piaciuto a tutti e spero
non per carità cristiana.
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Canto
Devant de ma fenestro ia un auzeloun Rit. Se chanto
que chante, chanto pa per iou
Touto la nuech canto, canto sa chansoun chanto per ma mio, qu’es da luenh de iou
Aquelos mountanhos que tan aoutos soun
Baisà-vous
mountanhos, planos levà-vous
M’empachoun de veire mes amour ount soun
perquè posque veire mes amour ount soun
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MANGE’ e BEIVE
Essere ARTUSIN è anche un modo semplice
e gioioso di vivere la nostra vita. In montagna, lo sapete tutti,
lavoriamo a testa bassa tutto il giorno, impegniamo fino
all’inverosimile tutte le ore diurne, ci spostiamo a destra e a
sinistra come tante formichine laboriose. Ma sappiamo anche
impegnare molto bene le ore dedicate allo svago, la “festa” diventa
per noi l’occasione per un arricchimento spirituale e culturale,
ballare, mangiare e bere sono l’imperativo dominante di quei
momenti. In questa rubrica vogliamo presentare, di volta in volta, i
ricordi, le ricette, le musiche, le canzoni, i bei momenti che
caratterizzano le nostre feste. L’anno scorso ci è stato chiesto da
alcuni membri monregalesi di “SLOW FOOD” di effettuare una ricerca
su uno dei dolci più caratteristici della nostra zona, il dolce
delle feste, la CUPETA.
Abbiamo trovato diverse ricette, le
abbiamo provate e gustate con vero piacere e vi riportiamo qui di
seguito quella più antica:
LA CUPETA dei poveri
Ricetta fornita da
Adriana Basso di Roccaforte Fraz. Prea.
Ingredienti:
Fogli per la cupeta (ostie)
Rascìa di castagne bianche
Noci e nocciole
Si può aggiungere anche un po’ di miele
Preparazione e
cottura
Fate rosolare sulla stufa le noci e le nocciole
precedentemente sgusciate poi schiacciatele grossolanamente con una
bottiglia. Mettete quanto basta della rascìa, crema densa che si
forma nel paiolo a cottura ultimata delle castagne, e portate a
fuoco lento per qualche minuto, rigirando il composto perché si
leghi bene il tutto.
Procedete nella
preparazione della cupeta e tenetela sotto un peso finché sia
fredda.
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…leche frita…. Kaiserschamarren
Voglia di conoscere: è questo lo spirito
che ci ha portato a fare "Tutti in folk" e, sempre con la stessa
voglia, abbiamo deciso di organizzare il nuovo corso di cucina.
In Quattro serate, ognuna di essa
dedicata ad una regione o una minoranza etnica, vi faremo conoscere
dessert dal nome difficile o quasi impossibile da pronunciare, tipo
il "leche frita", dolce della cucina basca, o il "kaiserschamarren",
altro dolce ma questa volta della cucina ladina.
Un viaggio breve ma intenso nei profumi
e sapori che partendo dalla nostra Occitania ci condurrà nella
Savoia, ricca di formaggi per proseguire nel Trentino Alto Adige con
i suoi "canederli" e per finire sulle coste dell'Oceano Atlantico
nei paesi Baschi con ricette a base di pesce.
Che dire ancora “...tutti a tavola" e
buon appetito.
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da
lunedì 29 ottobre
2007
7°
corso di CUCINA OCCITANA e MONTANA
4
serate a tema:
Occitania,
Valle d’Aosta e Savoia,
Trentino–Alto Adige,
Paesi Baschi.
Costo 15
euro a lezione con degustazioni Agriturismo
“Fior
d'Agosto” Roccaforte M.vì (CN)
dalle
20:30
Richiesta prenotazione
Info:
Rita 0174 699374
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da
martedì 25 settembre 2007
7° corso
di BALLI OCCITANI - base -
10
lezioni, costo 60 euro
Mondovì
(CN),
palestra
Scuole Elementari di C.so Alpi (Ferrone),
dalle
21:00 alle 23:00
Info
3332103516 3357875023
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da
martedì 4 marzo 2008
7°
corso di BALLI OCCITANI
-
approfondimento -
10
lezioni, prima serata di prova libera a tutti,
costo 60
euro
Mondovì
(CN)
(in fase
di definizione),
dalle
21:00 alle 23:00
Info
3332103516 3357875023
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da
mercoledì
17
ottobre 2007
CORSO
DI ORGANETTO DIATONICO "SEMITUN", CORNAMUSA, GALOUBET e FLAUTI
presso
la sede (Roccaforte M.vì) lezioni individuali di Simonetta & Simone,
per info 0174 65335 o 348 8061830 |
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